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NUOVO MODELLO FISCALE A DUE ALIQUOTE NEL PIANO DEL GOVERNO CONTE: 15% e 20% IN BASE AL REDDITO

La rivoluzione fiscale è rimandata ma solo in parte, a partire dal 2020 i cambiamenti saranno consistenti; le famiglie italiane potranno contare su due aliquote,  con risparmi soprattutto per i contribuenti appartenenti alla fascia medio alta.

Per chi guadagna di meno, scatterà un meccanismo di deduzioni e detrazioni che dovrebbe distribuire i vantaggi su tutte le fasce di reddito. Inoltre verrà inserita una clausola di salvaguardia che consentirà in ogni caso di non pagare più tasse rispetto ad oggi.

Che cos’è la flat tax? La flat tax è un modello fiscale che si applica attraverso l’introduzione di una tassa piatta basata SOLO ed esclusivamente su 1 aliquota bassa e unica per tutti, capace di ridurre fortemente l’evasione e di aumentare le entrate dello Stato. In pratica la flat tax è una tassa piatta e unica, molto più bassa di quelle attualmente presenti in Italia, che qualora introdotta, porterebbe ad avere un’imposta unica sui redditi intorno al 15-20%.

FAMIGLIE: DUE ALIQUOTE La rivoluzione vera e propria scatterà nel 2020 e, quindi, con le dichiarazioni del prossimo anno. In sostanza, più che una flat tax si dovrebbe parlare di una ‘dual tax’, poiché appunto prevede due aliquote. Una del 15% per i redditi familiari fino a 80mila euro, l’altra al 20% per chi guadagna di più. Per la prima fascia, inoltre, dovrebbe scattare una riduzione fissa di 3mila euro. Per i redditi fino a 35mila euro, la riduzione riguarderà tutti i familiari. Fra i 35 e i 50mila euro, la riduzione scatterà solo per i familiari a carico. La rivoluzione fiscale del governo giallo-verde dovrebbe costare fra i 35 e i 40 miliardi. Oggi invece ci sono 5 aliquote e altrettanti scaglioni Irpef. Il primo comprende i contribuenti con un reddito compreso tra 0 e 15.000 euro l’anno. In questo caso l’aliquota Irpef è del 23%. Il secondo scaglione va da 15.001 a 28.000 euro, con un’aliquota del 27%. Il terzo scaglione è compreso tra 28.001 e 55.000 euro e l’aliquota è fissata al 38%. Il quarto coinvolge i contribuenti da 55.001 a 75.000 euro: l’aliquota è del 41%. Oltre i 75.000 euro di reddito, quinto e ultimo scaglione, aliquota al 43%.

IMPRESE: 15% – Per le imprese individuali e le società di persone la flat tax esiste già. Si chiama Iri (imposta sul reddito di impresa) ed è stata introdotta con la finanziaria del 2017. L’aliquota, però, è del 24%, molto più alta della flat tax per le imprese che nel contratto giallo-verde si attesta sul 15%. Il risparmio potrebbe essere considerevole.

Meno Irpef ma più Iva? Per ora è solo un’ipotesi ma l’idea di spostare una parte del carico fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette non è mai tramontata del tutto. E potrebbe dare un contributo sostanzioso per far partire la riforma fiscale. Se davvero l’esecutivo ha intenzione di disinnescare completamente le clausole di salvaguardia sottoscritte dall’Italia con Bruxelles, dovrebbe tirare fuori almeno 31,5 miliardi nei prossimi due anni (12,4 nel 2019 e 19,1 nel 2020). Tutti interventi per i quali occorre trovare coperture strutturali e non una tantum. Se le clausole non saranno cancellate nella prossima manovra, dal primo gennaio 2019 l’aliquota intermedia dell’Iva passerà dal 10 al 12%, e al 13% dal 2020, mentre l’aliquota ordinaria passerà nel 2019 dal 22 al 24,2% e al 24,9% nel 2020, anno in cui scatterà anche l’aumento delle accise sui carburanti per 300 milioni. Per il momento, tuttavia, tutte le forze politiche si sono dette contrarie all’aumento dell’Iva. Operazione difficile da giustificare dopo una campagna elettorale che ha avuto proprio nel taglio delle tasse uno dei principali cavalli di battaglia.

COPERTURE : Per finanziare la flat tax Lega e M5S prevedono una sorta di rottamazione delle cartelle ex Equitalia accumulate fino al 2015. Lo sconto sarà però legato al reddito del contribuente moroso. E saranno favoriti i cittadini più deboli. Ci sarà anche una revisione dei trasferimenti dello Stato alle imprese: oggi si attestano intorno ai 30 miliardi.

Fonte: ADICO

bollette

AUMENTO DI 2 EURO SULLE BOLLETTE DELLA LUCE PER LE PERSONE IN REGOLA A CAUSA DEI MOROSI: IL PARLAMENTO E IL GOVERNO SAPEVANO TUTTO DA TEMPO

Il totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi è stimato circa un miliardo di euro, che dovranno essere pagati in parte dai consumatori domestici onesti con un rincaro di 2 euro sulle bollette della luce. Il Governo e il Parlamento erano al corrente di tutto e sarebbero potuti intervenire ma non l’hanno fatto. La stima e la velata accusa sono state fatte dalla stessa autorità di settore Arera in una nota diffusa ad alcune associazioni di consumatori.

Gli oneri di sistema della bolletta elettrica non pagati dai clienti morosi ci costeranno, in media, 2 euro all’anno. Una cifra molto lontana dai 35 euro paventati da una bufala circolata via Whatsapp nei giorni scorsi, ma abbastanza per far infuriare tutti i clienti onesti, che pagano la bolletta regolarmente ogni tre mesi. La polemica è nata intorno a metà febbraio, dopo la delibera di Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) 50/2018; ad oggi, infatti, gli oneri di sistema che paghiamo al nostro operatore, ovvero una voce della bolletta slegata dal consumo della luce, vengono a loro volta girati ai distributori di energia, che li versano nelle casse del Gse (Gestore dei Servizi Energetici). I clienti che non pagano le bollette, però, creano un danno economico sia ai propri operatori che ai distributori. Questi ultimi, infatti, sono costretti ad anticipare il denaro, e se non lo ricevono dai venditori lo perdono per sempre, perché si tratta di crediti inesigibili. La delibera prevede che questi oneri irrecuperabili debbano essere versati dal cliente finale, per colmare il buco lasciato dal mancato pagamento dei morosi.

L’Autorità dell’energia si è dovuta adeguare alle sentenze del Consiglio di Stato e del Tar della Lombardia, a cui si erano appellate alcune società venditrici, ma nel frattempo si è anche appellata alla Cassazione per cercare di annullarne gli effetti. Il tribunale amministrativo ha infatti contestato il meccanismo in atto fino ad ora: venditori e distributori devono anticipare i soldi, indipendentemente dal fatto che li abbiano ricevuti. Nella nota Arera spiega di aver fatto di tutto per scongiurare l’imposta nei confronti dei consumatori onesti: “Quanto affermato nelle sentenze porta a un potenziale incremento delle situazioni di mancato versamento degli oneri generali, aumentando potenziali comportamenti opportunistici da parte dei venditori che potrebbero versare ai distributori somme ben inferiori a quelle effettivamente incassate a titolo di oneri di sistema”.
Il timore è infatti quello che eliminando l’obbligo di anticipare il denaro, qualcuno possa ricavarne un guadagno in modo illecito. Il risultato è un aumento complessivo e incontrollato degli oneri generali a carico della totalità dei clienti finali. Secondo Arera la delibera 50 è un tentativo di evitare questo rischio di “aumento incontrollato” perché, se è vero che da una parte addebita ai clienti gli oneri inesigibili, dall’altra continua a obbligare ancora venditori e distributori a versare gli oneri fatturati, a prescindere dal fatto che li abbiano riscossi oppure no.
Infine l’Autorità passa la palla alla politica dato che Parlamento e Governo sapevano già da tempo quello che stava per accadere; è stata infatti la stessa Arera a informarli attraverso segnalazioni e documenti pubblici. Ma ci sarebbe ancora modo per rimediare: l’Autorità ha proposto di far pagare gli oneri di sistema con le stesse modalità in cui oggi paghiamo il canone Rai. Un modo per “mettere in sicurezza il sistema di esazione” e rendere superfluo il meccanismo di recupero che si è innescato, mandando su tutte le furie consumatori e relative associazioni.

Fonte: AdicoIl messaggeroRepubblica

Assegni

ASSEGNI NON TRASFERIBILI E MAXISANZIONI: LA COMMISSIONE FINANZA CHIEDE AL GOVERNO UNA SOLUZIONE

A seguito delle numerose denunce dell’Adico, che segue molte delle persone incappate nella supermulta di 6 mila euro per non aver apposto la dicitura “non trasferibile” sugli assegni, e del gruppo facebook “Maxisanzione per assegni privi del non trasferibile”, che in quindici giorni ha avuto più di 21 mila contatti, martedì scorso la Commissione Finanze della Camera ha espresso un parere favorevole all’adozione di “correttivi per evitare i potenziali effetti distorsivi” delle sanzioni.

Dopo le inchieste e le testimonianze raccolte sulle maximulte che stanno arrivando a molti italiani a causa della mancanza di dicitura “non trasferibile” sugli assegni, si ha finalmente un impegno concreto per risolvere questa vicenda. Le tante “vittime” della questione possono tirare un sospiro di sollievo, anche se i giochi sono ancora aperti. Ora ad occuparsene sarà il governo Gentiloni, che potrebbe emanare un provvedimento ad hoc prima che si formi il nuovo esecutivo, come chiedono a gran voce le persone sanzionate.

La nostra associazione si è mossa da subito anche a livello mediatico per denunciare questa situazione incredibile – spiega dopo aver lanciato l’allarme Carlo Garofolini, presidente dell’Adico – “Abbiamo avuto subito come primi soci due pensionati veneziani che, dopo aver staccato degli assegni da vecchi blocchetti senza apporre la dicitura “non trasferibile”, si sono visti comminare una richiesta di pagamento di 6 mila euro per una dimenticanza che prevederebbe, dallo scorso luglio, sanzioni fra i 3 mila e i 50 mila euro. Cifre assurde, incredibili. Anche il gruppo nato spontaneamente su facebook, con cui siamo entrati da subito in contatto, ha denunciato ai media questa incredibile situazione che, a quanto pare, coinvolge ormai migliaia di cittadini italiani. Noi seguiamo una quarantina di casi quasi tutti della nostra zona. Gli errori da parte dell’Abi e del Ministero sono stati tanti, ora, dopo il parere della Commissione, ci attendiamo buone notizie per le persone sanzionate e lanciamo un appello al governo affinché si adotti subito un provvedimento adeguato, che renda la sanzione proporzionale alla dimenticanza, annullando i salassi che hanno sconvolto tantissime famiglie”.

Fonte: Adico

decreto fiscale sigaretta elettronica

OK DEL SENATO AL DECRETO FISCALE: NUOVI PROVVEDIMENTI PER LE E-CIG

Il Senato ha dato l’ok al decreto fiscale su cui il Governo ha posto la fiducia: le sigarette elettroniche non potranno più essere vendute online; sotto analisi anche il pagamento dell’imposta sulle e-cig e l’evasione attraverso aziende estere.

Arriva dal Sentao il via libera al decreto fiscale collegato alla manovra, su cui il governo ha posto la fiducia. Poche sorprese: 148 voti a favore, 116 contrari e nessun astenuto.

Tra le novità arriva la stretta sulle sigarette elettroniche, che non potranno più essere vendute online. La commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento al decreto fiscale a prima firma Vicari che prevede la vendita solo nelle tabaccherie e nelle rivendite autorizzate. La misura, spiega la senatrice, ha un doppio scopo: quello di combattere un mercato che anche la relazione tecnica stima per il «50% illegale», recuperando quindi l’evasione fiscale, e quello di garantire gli adeguati controlli sul fronte sanitario dei liquidi venduti.

Sulle sigarette elettroniche, si legge nella relazione tecnica al maxi-emendamento su cui il governo ha incassato la fiducia, dal 2015 c’è una imposta al consumo di 0,393 euro al millilitro per i liquidi da inalazione, contenenti o meno nicotina, dal quale ci si aspettava a regime 115 milioni l’anno. Ma «per la mancanza di controlli amministrativi frontalieri, per i prezzi più bassi praticati negli altri paesi e a causa di un lungo contenzioso, lo Stato – si legge – nel 2017 incasserà un importo pari a circa 4 milioni». In attesa della sentenza della Corte Costituzionale, alcune aziende hanno applicato l’imposta «esclusivamente alla quantità di nicotina presente, di fatto pagando 1/10 dell’imposta dovuta».

Sul fronte dell’evasione, sempre nella relazione tecnica si spiega che «a causa della mancanza di controlli amministrativi frontalieri molti consumatori optano per l’approvvigionamento via web su siti di aziende estere» che inviano via corriere in quantità modeste (massimo 10 flaconi) «evitando controlli fiscali alla dogana e, di fatto, evadono l’imposta». Altro fenomeno quello dell’immissione sul mercato «di contenitori ad altissima concentrazione di nicotina» che consentono «al negoziante illegalmente, o al privato legalmente, di diluire il prodotto, ottenendone un quantitativo per il consumo molto più alto».

La vendita in canali autorizzati «e quindi tracciati e controllabili – si legge ancora – porterebbe a una ragionevole riduzione del mercato illegale» e a «maggiori introiti a titolo di imposta al consumo».

Fonte: Adico

Manovra finanziaria 2018-2020

MANOVRA FINANZIARIA – TUTTE LE MISURE DEL GOVERNO

Nella manovra finanziaria sono quattro le priorità per il 2018: disoccupati, lotta alla povertà, competitività delle imprese e rinnovo dei contratti pubblici. Respinte le richieste dei sindacati sulle pensioni e niente abolizione del superticket.

Giovani

Doppio bonus assunzioni

Per i giovani neoassunti, il bonus sarà doppio. E anche se parliamo della legge di Bilancio 2018 lo sconto varrà anche per chi verrà contrattualizzato a novembre e dicembre. Nella manovra il governo ha infatti inserito due diverse misure: una per gli under 29 che potranno essere assunti con un contratto a tempo indeterminato col dimezzamento dei contributi per tre anni. E una seconda misura per chi ha tra i 29 e i 35 anni: in questo caso però è possibile godere della decontribuzione del 50 per cento per un anno e soltanto se si tratta del primo contratto a tempo indeterminato. L’età di chi potrà beneficiare dello sconto, come ha spiegato il governo, scenderà nei prossimi anni. Per il Mezzogiorno invece la decontribuzione destinata ai giovani senza lavoro tra i 16 e i 24 anni ed ai disoccupati da almeno sei mesi, sarà del 100% grazie all’uso dei fondi europei.

Previdenza

Nessuno stop ai 67 anni, maglie più larghe per l’Ape social

Sull’età pensionabile ieri Gentiloni è stato tassativo: «C’è una legge in vigore che il governo intende rispettare». Dunque nessuna deroga come chiedono da mesi i sindacati al meccanismo che, a fronte dell’aumento delle aspettative di vita, a partire dal 2019 innalzerà a 67 anni l’età per lasciare il lavoro. Ciò non toglie che si possano individuare alcuni strumenti per consentire ad alcune fasce di lavoratori di lasciare prima. Nella manovra finanziaria, come ha spiegato il premier, «ci sono diverse misure, 3 o 4, che riguardano forme di incentivazione degli anticipi pensionistici attraverso l’Ape sociale».

Alcuni di questi interventi sono già stati messi a punto abbastanza in dettaglio. Il più importante riguarda le donne, alle quali verrà concesso uno «sconto» sugli anni di contribuzione più forte di quello in vigore: da 3 mesi per ogni figlio si passa infatti a 6 mesi (i sindacati però chiedevano un anno), con un tetto massimo di due anni. Inoltre è previsto che possa accedere all’Ape sociale non solo chi è stato licenziato ma anche chi finisce un contratto a termine (a condizione che nei 3 anni precedenti la cessazione del rapporto abbia maturato 18 mesi da dipendente). Quindi viene stabilizzata e razionalizzata la Ria, la rendita integrativa temporanea anticipata.

Per i sindacati, che ieri prima della riunione del cdm hanno incontrato il ministro del Lavoro Poletti, «sulla previdenza mancano molte risposte». E per questo hanno ottenuto di aggiornare a data da destinarsi il tavolo di confronto. Come ha spiegato Susanna Camusso, infatti, Cgil, Cisl e e Uil non solo si aspettano che venga bloccato l’automatismo dei 67 anni, ma chiedono impegni precisi sulle pensioni dei giovani, sulla previdenza complementare e la gestione delle domande dell’Ape social. «Su tutto questo non ci sono risposte – hanno lamentato i tre segretari – e c’è grande distanza rispetto agli impegni assunti con la fase due».

Ricercatori

Un posto per 1500

Con la manovra finanziaria 2018 verranno assunti oltre 1.500 ricercatori dell’università. «Dopo molti anni si tratta di linfa vitale alla ricerca, segno che il paese può investire in capitale umano, il più importante di tutti» ha commentato Padoan. Per il ministro dell’Istruzione e dell’Università Valeria Fedeli questo è «un segnale forte. Accelerare gli investimenti in questo settore vuol dire avere una visione a lungo termine. Dopo tanti anni siamo tornati a investire sulle nuove generazioni. Un segnale concreto per l’oggi, un contributo importante per il domani del nostro Paese».

Nella Legge di Bilancio sono state inserite altre misure rivolte al mondo della scuola e dell’università: è stato infatti confermato l’impegno relativo agli scatti di anzianità dei docenti universitari come l’impegno di armonizzare le retribuzioni dei dirigenti scolastici con le altre figure della dirigenza pubblica».

Basket

“Tam Tam”si salva così

Non c’entra tanto col Bilancio, ma tant’è. Spunta anche una norma «salva-Tam Tam», la squadra di basket di Castelvolturno composta da giovani immigrati esclusa dai campionati giovanili. Viene consentito il tesseramento annuale anche ai minorenni extracomunitari non in regola coi permessi di soggiorno purché abbiano fatto 4 mesi di scuola.

Città e lotta allo smog

Arriva un “bonus verde” per lavori nei giardini e nei terrazzi

Arriva un «bonus verde» per rafforzare la guerra allo smog ed al tempo stesso abbellire le nostre città. La nuova misura inserita nella legge di bilancio, prevede in particolare una detrazione del 36% per la «sistemazione a verde» di aree scoperte di pertinenza delle unità immobiliari private di qualsiasi genere dai terrazzi ai giardini, anche condominiali. Il bonus varrà anche per le spese legate agli impianti di irrigazione nonché per i lavori di recupero del verde di giardini di interesse storico.

«Soddisfatto» per l’inserimento nella manovra finanziaria di questa misura il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. «Misura positiva» la definisce il presidente della Commissione Ambiente della Camera Ermete Realacci che però aspetta di leggere il testo «per valutare anche l’insieme delle misure per rafforzare il credito di imposta, l’ecobonus e il sismabonus. Per Coldiretti si tratta di «una misura importante per favorire la diffusione di parchi e giardini in città capaci di catturare le polveri e di ridurre il livello di inquinamento», visto che una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e che un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno.

Il ministero dell’Agricoltura segnala poi che nel testo è prevista anche la nascita dei «Distretti del cibo», realtà che uniscono imprese agricole, agroalimentari e sociali per fare rete nello sviluppo del territorio. L’obiettivo in questo caso è quello «di promuovere l’integrazione delle filiere anche con le attività commerciali di prossimità e la crescita della sostenibilità». Vengono confermate infine l’agevolazione Iva per le carni e l’eliminazione delle tasse agricole con la cancellazione di Imu, Irap e Irpef per chi vive di agricoltura.

Sempre in tema di incentivi confermato anche l’ecobonus (finestre, caldaie, ecc) anche se dall’anno prossimo le detrazioni scendono dal 65 al 50%.

Affitti

Cedolare secca anche nel 2018

La cedolare secca sugli affitti concordati, introdotta col Piano casa del 2014 ed in scadenza a fine anno, è stata confermata anche per l’anno venturo. Agenti immobiliari e associazioni del commercio ora premono sul governo perchè questa misura venga estesa anche ai negozi allo scopo di risollevare il mercato delle locazioni commerciali.

Nuovi poveri

Altri 2,7 miliardi in tre anni per il reddito di inclusione

Il governo rafforza la lotta contro la povertà aumentando gli stanziamenti destinati ad alimentare il nuovo Reddito di inclusione (Rei). Sul piatto di sono 600 milioni di euro in più per il 2018, che salgono a 900 nel 2019 ed a 1,2 miliardi nel 2020. Sul fronte delle politiche attive arriva invece l’assegno di ricollocazione anticipato, con accordo su base volontaria, durante il periodo di cassa integrazione. Chi trova un posto di lavoro prima dell’esaurimento della Cig può avere il 50% del residuo di Cig (detassato sino a 9 mensilità), mentre per chi assume lavoratori in Cigs che partecipano a ricollocazione anticipata sono previsti sgravi al 50% per 18 mesi se il contratto è a tempo indeterminato e di 12 se è a tempo determinato.

Impresa 4.0

Rafforzati gli incentivi. Piano da 10 miliardi di euro

C’è la riconferma sia del super ammortamento per i beni ordinari (limato però al 130%) sia dell’iperammortamento al 250% destinato all’innovazione tecnologica. In aggiunta un credito d’imposta del 50% sulle spese destinate alla formazione digitale del personale ed un nuovo «fondo per il capitale immateriale, la competitività e la produttività» destinato ad accrescere la competitività del sistema economico in chiave 4.0 che servirà a finanziare progetti di ricerca e a favorire il trasferimento dei risultati verso il sistema produttivo. «Tutto il pacchetto Impresa 4.0 è stato inserito nella manovra. Si tratta di più di 10 miliardi di finanziamenti a sostegno delle imprese che investiranno in innovazione» conferma il ministro dello Sviluppo Calenda.

Pubblico impiego

Ok al rinnovo dei contratti

Dopo tanti annunci la legge di Bilancio ufficializza la ripresa della contrattazione in tutta la Pa con l’obiettivo di assicurare aumenti medi mensili pari a 85 euro lordi per il triennio 2016-2018. «Impegno mantenuto. Si rinnovano i contratti per donne e uomini nella #PA come da accordo raggiunto il 30 novembre 2016» ha twittato ieri il ministro Madia.

Fonte La Stampa

DDL concorrenza

DDL CONCORRENZA, OK ALLA FIDUCIA IN SENATO: È LEGGE.

A due anni e mezzo dalla sua nascita, il ddl concorrenza è legge: le principali novita’ previste dal disegno di legge sulla concorrenza.

Due anni e mezzo e molte polemiche dopo, non ancora sopite per altro, il ddl Concorrenza, il disegno di legge sulla Concorrenza, è legge. Il provvedimento che interessa assicurazioni, mercato dell’energia, liberi professionisti, Poste, banche ma anche albergatori e farmacie, ha infatti incassato la fiducia chiesta dal governo nell’Aula del Senato (dove il testo è arrivato in quarta lettura). Il testo è stato approvato con 146 sì, 113 no e nessun astenuto. Proponiamo qui di seguito le principali novità previste dal ddl (fonte La Repubblica).

STOP A MERCATO TUTELATO ENERGIA E MONOPOLIO POSTE: La fine del mercato tutelato dell’energia elettrica e del gas è fissata per il 1° luglio 2019. Un altro stop va al monopolio di Poste sull’invio di multe e notifiche, previsto per settembre 2017.

SCONTI RC AUTO AL SUD E CON SCATOLE NERE: Sconti per chi installa la scatola nera e per i ‘virtuosi’ che non causano incidenti da 4 anni e vivono nelle province a più alto tasso di sinistri. Entro un anno dall’entrata in vigore della norma, il governo adotterà un decreto sull’obbligo di installare la scatola nera. Per risarcire i danni non patrimoniali da sinistri stradali si userà la tabella del Tribunale di Milano.

NESSUNA MODIFICA A SOCIETA’ INGEGNERI E AVVOCATI: Le prime restano fuori dal controllo dell’Ordine, le seconde continuano a dover avere fra i soci, per almeno due terzi del capitale sociale, avvocati iscritti all’albo.

NOTAIO NECESSARIO ANCHE PER SRL SEMPLIFICATE: Per costituire srl semplificate servirà l’intervento del notaio. Non è passata la possibilità di farlo solo mediante scrittura privata.

FARMACIE, TETTO 20% A SOCIETA’ CAPITALI: Le società di capitale potranno controllare le farmacie, ma dovranno rispettare un tetto del 20% su base regionale. I farmaci di Fascia C continuano a essere venduti solo in farmacia.

BOOKING, OK A NORMA PRO ALBERGATORI: la norma ‘Booking’ vieta il ‘parity rate’. Gli albergatori potranno praticare prezzi e condizioni migliori rispetto a quelli offerti anche online.

SCOMPARSA ANTI-SCORRERIE: Grande assente è la norma anti-scorrerie volta alla tutela delle società quotate italiane. “E’ pronta, deve trovare il veicolo giusto” garantiva lo scorso maggio il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

Il ddl Concorrenza suscita una domanda: si poteva fare di più? “Certamente sì, ma il giudizio resta quello di un provvedimento utile che va nella direzione auspicata e sollecitata” dice Salvatore Tomaselli (Pd), uno dei relatori.
Nel futuro «occorrerà comunque ragionare sull’opportunità di procedere con un approccio settoriale eventualmente mediante decreti legge elaborati tenendo conto delle indicazioni dell’Antitrust» ha dichiarato il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda (Fonte ilsole24ore)

Il decreto banche ha ottenuto il via libera definitivo del Parlamento, dopo l'approvazione della Camera a seguito della fiducia posta dal governo.

Decreto banche, via libera definitivo del Parlamento dopo l’approvazione della Camera

Decreto banche: via libero dalla Camera a seguito della fiducia posta dal governo

Rimborsi agli investitori che si sono visti azzerare obbligazioni e azioni delle quattro banche (Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Carife) salvate per decreto nel novembre 2015. Nuovi strumenti per il recupero dei crediti da parte delle banche. Sono i principali cardini del decreto banche che ha ottenuto il via libera definitivo del Parlamento, dopo l’approvazione della Camera a seguito della fiducia posta dal governo.

Il decreto legge banche-risparmiatori

Montecitorio ha approvato definitivamente il decreto legge banche-risparmiatori. Il provvedimento, sul quale il governo ha posto la fiducia votata ieri, è stato approvato nello stesso testo del Senato con 287 voti favorevoli, 173 contrari e tre astenuti. L’approvazione arriva proprio mentre il sistema del credito è sotto i riflettori: i titoli delle banche hanno perso moltissimo a Piazza Affari con l’esito del referendum sulla Brexit, ma nelle ultime ore stanno provando un recupero. Il governo, intanto, ha rimesso sul tavolo dei colloqui con la Ue la possibilità di intervenire direttamente per puntellare gli istituti e risolvere il loro problema delle sofferenze, senza incappare nelle regole del bail-in che richiamerebbero in causa risparmiatori e investitori. Una mossa che ha subito la spinta anche di Draghi, per il quale “non possiamo non risolvere i problemi delle banche”.

Il rimborso per i risparmiatori

Per quanto concerne i risparmiatori delle quattro banche in risoluzione, viene allungato da quattro a sei mesi il tempo entro il quale gli obbligazionisti potranno presentare l’istanza di erogazione del rimborso dell’80% della cifra perduta.

I criteri di accesso al rimborso automatico sono un patrimonio mobiliare inferiore a 100mila euro o reddito ai fini Irpef inferiore a 35mila euro e il riferimento al ‘reddito lordo’ è stato sostituito con ‘reddito complessivo’: si valuteranno i redditi dal 2014 invece che del 2015. Alla domanda di rimborso l’investitore deve allegare il contratto di acquisto degli strumenti finanziari subordinati; i moduli di sottoscrizione o d’ordine di acquisto; l’attestazione degli ordini eseguiti e una dichiarazione sulla consistenza del patrimonio mobiliare.

Resta valida la via alternativa dell’arbitrato.

La protesta dell’Unione consumatori

Ma proprio questa scelta non piace all’Unione consumatori: “E’ inaccettabile costringere a giocare alla roulette russa, scegliendo preventivamente se rinunciare ai suoi diritti, accettando l’80% di quanto ha perso, oppure giocare il terno al lotto dell’arbitrato, sperando di vincere. Un dilemma del prigioniero vergognoso”, sostiene il presidente Massimiliano Dona.

Opinione diversa per il Pd Giovanni Sanga, che siede nella commissione Finanze e parla di “un intervento risolutivo con un criterio di equità sociale”, che “tutela le fasce più deboli e chi è stato raggirato, distinguendo tra chi è stato vittima di truffe e chi ha consapevolmente voluto rischiare”.

Nuove garanzie del decreto legge: pegno mobiliare non possessorio e patto marciano

Il decreto legge che regola gli indennizzi introduce anche nuove garanzie che consentiranno agli istituti bancari di accelerare il recupero dei crediti. Si tratta, in particolare, del pegno mobiliare non possessorio e del patto marciano. La prima misura rappresenta una garanzia del credito in cui il debitore, diversamente che nel pegno possessorio, non si spossessa del bene mobile. Durante l’esame del Senato è stata fatta salva la possibilità per il creditore di promuovere azioni conservative o inibitorie se il debitore abusano nell’utilizzo del bene che resta in loro possesso. Sono state inoltre introdotte, nella stessa sede, norme relative all’opposizione alla riscossione.

Per quanto riguarda il trasferimento di proprietà o diritti immobiliari previsto dal patto marciano è stato allungato, nell’esame a palazzo madama, da sei a nove mesi il termine, dal mancato pagamento di tre rate anche non consecutive, dopo il quale scatta l’inadempimento. Un termine allungato a dodici mesi nel caso in cui sia già stato restituito il finanziamento in misura pari almeno all’85% della quota capitale. Resta la possibilità di applicare la misura anche ai contratti già in essere alla data di entrata in vigore della disposizione.

Fonte: La Repubblica

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Intesa governo-sindacati: interventi per 6 miliardi in tre anni a favore dei pensonati

Intesa tra governo e sindacati a favore dei pensionati

Mediazione con le parti sociali, firma anche la Cgil. Poletti: fatto un lavoro importante. Nel 2017 la “fase 2” per affrontare il problema dei giovani e dei loro percorsi discontinui

Sei miliardi in tre anni a favore di pensionati e pensionandi. E’ questo il primo punto fermo, frutto di una mediazione maturata quasi all’ultimo minuto, fissato ieri da governo e sindacati che hanno siglato un primo verbale d’intesa sulla previdenza. «Naturalmente questo tipo di previsione – ha spiegato il ministro Poletti – fa i conti con il quadro generale delle risorse disponibili e poiché prevediamo interventi di tipo strutturale, che sviluppano i loro effetti nell’arco del tempo, abbiamo una distribuzione che parte da un livello più basso e cresce man mano che si utilizzano gli strumenti».

In realtà si era capito da giorni che rispetto ad una prima ipotesi di 2 miliardi di spesa per il primo anno, già giudicata a suo tempio insufficiente dai sindacati, il governo per il 2017 non avrebbe potuto mettere sul piatto più di 1 miliardo e mezzo. Che sommato a tante altre criticità emerse nel corso della trattativa (la Cgil è «contraria all’Ape in ogni sua forma») avrebbe rischiato di compromettere il buon esito del confronto. Trattative frenetiche martedì sino a notte tarda, nuovi contatti ieri mattina, grande lavoro di mediazione soprattutto da parte del sottosegretario alla presidenza Tommaso Nannicini e del segretario della Cisl Anna Maria Furlan sino all’annuncio del ministro del Lavoro che ha reso più facile l’intesa. «Abbiamo fatto un lavoro importante» sintetizza Poletti.

I problemi, e non sono pochi, restano, ma intanto si procede. Per cui anche il segretario della Cgil Susanna Camusso alla fine del vertice di ieri ha controfirmato le 5 cartelle del testo illustrato da Nannicini per blindare «nel tempo i punti su cui si è convenuto». «Ci sono cose che abbiamo condiviso ed altre che non condividiamo – ha spiegato. E per questo la nostra piattaforma continua a vivere». «Anche sei miliardi per me sono insufficienti – spiega Carmelo Barbagallo (Uil) – ma intanto portiamo a casa il fatto che dopo tanti anni e dopo tanti governi finalmente sulle pensioni si torna a mettere dei soldi». Alla Furlan sta a cuore anche l’obiettivo politico raggiunto ieri, ovvero che «è possibile cambiare la legge Fornero e che possibile immaginare interventi che interessano pensionati, pensionandi e giovani. Difficile immaginare un anno fa un accordo del genere col governo».

Dal verbale di ieri escono confermate l’aumento e l’estensione della quattordicesima e della «no tax area», il cumulo gratuito dei periodi contributivi, vengono definiti con precisione i lavoratori precoci e tolti molti paletti agli usuranti. I lavoro sull’Ape, il prestito che funge da sostegno per l’uscita anticipa dal mercato del lavoro, invece richiederà altri approfondimenti nei prossimi giorni. Nel 2017 invece si aprirà una «fase 2», altro importante risultato dai sindacati che in questo modo impegnano il governo ad affrontare il problema dei giovani e delle loro carriere discontinue e la perequazione dei trattamenti pensionistici bloccati da tempo e che il governo ora si impegna «a ridefinire».

Fonte: La Stampa

ensioni minime, il governo punta al raddoppio dei beneficiari

Pensioni minime, il governo punta al raddoppio dei beneficiari

Il governo punta al raddoppio dei beneficiari delle pensioni minime

Tutto dipenderà da quanta «flessibilità» riuscirà il governo italiano a conquistare al tavolo europeo e dall’ andamento della congiuntura. In un caso la manovra della legge di Stabilità per il 2017 sarà «pesante» dal punto di vista quantitativo e politico (considerando il complicato appuntamento referendario in autunno). Se invece l’economia continuasse a dare delusioni, e Bruxelles non garantisse margini di spesa, saranno guai. La lista delle cose che il governo Renzi vorrebbe realizzare è lunghissima: pensioni, cuneo fiscale, decontribuzione per i nuovi assunti, il rinnovo del bonus per i diciottenni, misure per la famiglia e la natalità, provvedimenti per le imprese e la produttività, i contratti pubblici, la conferma dell’ecobonus esteso anche ai condomini. Dover scegliere sarebbe dura.

Quel che sembra sicuro, a sentire i tecnici che stanno lavorando al pacchetto dei provvedimenti a Palazzo Chigi e nei ministeri economici, è l’intervento sulle pensioni. Che avrà un doppio versante: un intervento per adeguare gli assegni più modesti e dare un po’ di respiro ai pensionati più poveri, e l’annunciatissimo «anticipo previdenziale» per alleviare la situazione dei tanti lavoratori «anziani» ma ancora lontani dal traguardo della pensione.

I dettagli dell’intervento per i pensionati più poveri sono ancora tutti da definire. Ma a Palazzo Chigi gli esperti economici di Matteo Renzi hanno già un quadro abbastanza chiaro. Una possibilità è quella di estendere la platea dei pensionati che beneficiano della cosiddetta quattordicesima mensilità: oggi sono circa 1,2 milioni, ovvero quelli che hanno un reddito pensionistico annuo di circa 10 mila euro l’anno. Attualmente l’assegno ha un importo che varia – a seconda degli anni di contributi previdenziali versati – da 336 a 506 euro. Per raddoppiare il numero dei beneficiari, comprendendo anche pensionati con un reddito un po’ più alto della soglia attuale, servirebbe almeno un miliardo di euro. C’è anche la possibilità di aumentare (sempre in rapporto all’anzianità contributiva) l’importo dell’assegno. Non è detto che sia in alternativa, così come l’aumento della «no tax area» per i pensionati, ovvero la fascia di reddito su cui non si pagano tasse. Un intervento che si tradurrebbe in un aumento dell’assegno netto per tutti i percettori di pensione. Oggi l’area esente da tasse per i pensionati è inferiore a quella dei lavoratori dipendenti, ma una parificazione totale costerebbe quasi 3 miliardi.

L’altro capitolo è l’anticipo previdenziale. Qui in realtà i termini del problema sono già stati indicati a suo tempo dal governo: l’operazione per anticipare l’uscita in pensione può riguardare in tutto 150 mila lavoratori ogni anno, massimo 350 mila nel primo triennio. Come confermano a Palazzo Chigi, l’«Ape» resterà un prestito con rimborso ventennale e riguarderà chi ha compiuto 63 anni con almeno 20 di contributi versati. Ma accanto all’«Ape», per favorire l’uscita morbida dal mondo del lavoro a un numero più ampio di lavoratori relativamente prossimi alla pensione, si stanno pensando altre misure. Ad esempio, rendere gratuite o quasi gratuite le «ricongiunzioni» di carriere contributive versate a gestioni pensionistiche diverse in momenti diversi della vita lavorativa, agevolazioni per chi ha svolto lavori usuranti, e uno speciale bonus contributivo per i «precoci», ovvero chi ha iniziato a lavorare prima dei 18 anni. Ma a meno di sorprese positive, che sia il sindacato che il mondo degli industriali accoglierebbero con grande favore, è possibile che queste altre scappatoie di flessibilità pensionistica siano a maglie assai strette. A quanto ha fatto sapere a suo tempo Palazzo Chigi, non ci sarebbe l’intenzione di superare comunque vadano le cose il tetto dei 150 mila pensionamenti agevolati.

Fonte: La Stampa